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Apr

Le parole in tempo di pandemia

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
(Gustave Flaubert)

 

 

Abbiamo bisogno di parole sane, pulite. Parole che non allarmano, ma rassicurano. Parole che guariscono e lasciano il segno. Parole che compongono storie e sono quelle che oggi raccontiamo e che, spesso ci fanno tremare.

“Chissà quando finirà” oppure “ci vorrà ancora del tempo” o, ancora, “speriamo di non essere contagiati”.

Oggi il mantra si compone di questi tre termini. Un mantra che stordisce, che fa trasalire ogni volta in cui ci sentiamo un po’ più infreddoliti, un po’ più stanchi. Temiamo il dolore. Temiamo di sentire l’eco di un nuovo contagiato, di una ennesima sirena dell’ambulanza, di una notizia di morte.

Le parole sono un alleato imprescindibile in questo momento. Ci fanno compagnia, ma possono anche ferirci, come è già successo. Si è detto a più voci di modificare la comunicazione, che così non sta andando bene. Eh certo. Verissimo. Ma, spesso, si è impreparati di fronte a un nemico sconosciuto che ti piomba in casa e ti mette con le spalle al muro. Come affrontarlo? Cosa chiedergli? Quale spiegazione possiamo pretendere? Siamo tutti uniti di fronte a un destino che sembra accomunarci: nessuno è diverso dall’altro.

La parola “contagio” ci rende uguali, anche se divisi da muri e da barriere. Uguali nella sofferenza, così come nella fiducia che l’onda anomala passi in fretta. Un altro termine di questo momento è “scetticismo”: pochi sono convinti che finirà a breve, molti credono con supporto dei dati che ogni giorno ci vengono consegnati da più fonti, che si tratti di un cammino lungo e non certo facile.

Allora la mente associa un altro vocabolo: rassegnazione. Ma qui ci ribelliamo, come in una sorta di riscatto. “No. Non è il momento di rassegnarci. Ma di stare all’erta e di combattere. Siamo in battaglia”. E poi una scure incombe sul linguaggio bellico che viene utilizzato ormai da quando la pandemia si è impossessata della nostra libertà quotidiana. Meglio non usare parole che richiamino la guerra. Eppure, medici e operatori sanitari sono come al fronte. E allora meglio scegliere parole che ci aiutano a costruire il nuovo mondo che verrà. Non sarà più come prima. La coscienza planetaria ha subito un grave attacco. E se fossimo noi il virus per la terra, come molti hanno sussurrato? Certo, di storie se ne sono dette tante.

La storia più importante è quella che stiamo raccontando a noi stessi per mantenere lucidità, per nutrire coraggio, per non arrendersi e per reinventarsi grazie alla risorse di adattamento che fanno parte della nostra specie e che ci daranno la chiave per uscire dal tunnel e per ritrovare nuovi equilibri. Ecco, la parola equilibrio pareggia un po’ i conti. Quelli che faremo alla fine di tutto. Quelli che non torneranno, perché ne troveremo di nuovi. Riportiamo in auge la parola Vita. Ci conviene, fa bene alla salute e si mantiene forti, dentro.

© 2020 Maria Cristina Caccia.
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