3
Lug

La maschera che indossiamo

Ho incontrato una persona nel suo studio, una chiacchiera e un buon caffè, tema della discussione, il lavoro, progetti, obiettivi e poi una pausa. Sono chiamata a voltarmi e ad osservare un quadro. “Quello  – mi dice il mio interlocutore – è un clown cui sono molto affezionato. Pensi, lo conservo dall’età di quattordici anni e ora è lì, appeso alla parete, di fronte alla scrivania, e lo guardo ogni giorno. Mi fa compagnia. Crescendo, ho dato un significato a questo attaccamento rispetto al mio vivere nel mondo: credo che, nella vita, si incontrino persone perbene, anche se molti altri individui sono un po’ come lui, “maschere” che vogliono far ridere, cercano consensi, si nascondono dietro la loro vera identità”. Osservo il corpo del clown, lo sfondo, il volto e mi accorgo che, sulla guancia destra, è stata immortalata una lacrima: è un pagliaccio triste, un ossimoro “il pagliaccio, colui che fa ridere per antonomasia, sta piangendo”. L’arte utilizza immagini, crea allegorie della vita reale, ma la realtà può essa stessa rappresentare una qualche forma d’arte? Quante volte, ad esempio, “recitiamo” un ruolo (dal latino  rotulus, foglio di carta arrotolato sul quale era scritto la “parte” degli attori di teatro), adeguato all’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi, attraverso i pensieri della gente, le conferme esterne oppure le disconferme, i rifiuti. Da bravi teatranti, impariamo la “parte”, ci presentiamo agli occhi degli altri con un volto. Ma il nostro, qual è? 

Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere “nessuno. (Luigi Pirandello)

Ecco che arriva il momento in cui abbiamo voglia di “togliere la maschera” e di far vedere al mondo chi siamo veramente. A volte, per farlo, ci serve un aiuto perché la spontaneità “repressa o frenata” a lungo dietro corazze ovverosia, per dirla alla Reich, dietro “ancoraggi bio-psicologici della repressione emozionale”, ha bisogno di essere “risvegliata” o, quantomeno, di essere “ascoltata e, quindi, espressa”. All’interno di una “relazione di aiuto” si può accompagnare il coachee alla riscoperta di un “essere fluido” che è manifestazione di liberi pensieri, sottratti ad una legislatura interiore ferrea, che, in molti casi, non concede deroghe o emendamenti. Così l’immagine di un clown rimanda a un “farsi altro da se stessi”, per sentirsi più adeguati al contesto che continuamente dà stimoli, definisce “status quo”, scrive “copioni” omologati, ci porta a “recitare”. E, così facendo, ci allontaniamo dalle nostre voci, che diventano suoni tra altre mille voci, mentre ognuno di noi è portatore di una sonorità unica.

…Perché una realtà non ci fu data e non c’è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. (Luigi Pirandello).

Affacciarsi al mondo è un po’ come ritrovarsi su un palcoscenico: come ci sentiamo, lì, al centro? Bene? Male? Cosa fa pendere per il “sentirsi a proprio agio” e cosa, invece, “ci mette a disagio”? Insomma, come scegliamo di guardare la vita, da attori protagonisti oppure da comparse? Prendiamo un po’ di coraggio, affrontiamo la scena, ridiamo, balliamo e diamo il meglio di noi stessi, perché:

Dovrai sempre subire delle critiche! Di te parleranno male! Difficile ti sarà incontrare qualcuno a cui tu possa piacere così come sei! E allora vivi, fai ciò che il cuor ti detta! Paragona la vita ad un opera di teatro senza prove iniziali!
Balla, canta, ridi, vivendo intensamente ogni giorno, ogni attimo della tua vita,
prima che l’opera finisca senza applausi…! (Charlie Chaplin)