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Antico Molino Rosso pioniere del biologico

Esistono luoghi che odorano di storia. Bucolici anfratti che riportano indietro nel tempo, quando i mulini funzionavano per produrre energia elettrica nelle corti contadine. In località Bovo, a Buttapietra l’Antico Molino Rosso è testimone di un passato che rivive, grazie all’intraprendenza e alla forza di volontà di Gaetano Mirandola che ha dato lustro all’antica arte molitoria con la produzione moderna di farine biologiche.

“Sono nato in questo cortile, nella parte di casa che ancora si trova qui. All’epoca erano due le famiglie residenti, quella di mio padre e di mio zio, alle quali era stato affidato questo mulino, acquistato nel 1935 da mio nonno Armando”, racconta Gaetano. “Mio nonno quando arrivò, ristrutturò l’area e lasciò inalterato il colore rosso dell’intonaco, da cui prendeva il nome il vecchio mulino esistente, come si evince dalle mappe storiche del 1858. Si tratta del primo mulino sul fiume Menago, che nasce come fontana spontanea a Fracazzole di Ca’Di David”, prosegue Gaetano. E aggiunge: “Pensi che mio nonno lo comprò da due sorelle imprenditrici originarie di Thiene che avevano gestito il mulino dal 1870 fino al 1935, le quali lo avevano a loro volta acquistato dalla famiglia Bovo, da cui prende il nome la medesima località. Quella era una famiglia importante che, l’8 maggio 1858, ottenne la concessione per far funzionare la pala e attivare due ruote da macina”, ricorda Gaetano.

E continua: “Nel 1975, mio papà e mio zio decisero di dividersi varie proprietà. Di comune accordo, costruirono un impianto di produzione di mangimi a uso zootecnico, subito dopo la Seconda Guerra mondiale, così avviarono il mangimificio. Mio cugino, di lì a poco, si diplomò in ragioneria e prese il ruolo di mio zio nella gestione dell’impianto, mentre mio padre si tenne del terreno e questo vecchio mulino, iniziando a vendere il mangime al dettaglio”, racconta Gaetano.

“Giovane e curioso di capire l’origine del vecchio mulino, feci una ricerca al catasto austriaco e poi al catasto napoleonico di Venezia e ho trovato un piccolo disegno dov’era riportato “località molino rosso” e poi andai al genio civile di Verona e saltò fuori un documento del 1531 che identificava l’area del mulino come ‘alveolo d’acqua demaniale chiamato ‘bocca del vescovo a monte della pila’”.

La tradizione si unisce a esperienze personali, incontri, conoscenze che poi ritornano. “Avevo finito il militare da poco”, racconta Gaetano. “Ero nel Corpo fanteria d’arresto. Frequentai un corso di sei mesi di cucina, diventando cuoco per gli Ufficiali. Qui conobbi Silvano, il fondatore del panificio artigianale Ceres di Verona, l’unico che lavorava con il bio. Rientrato a casa, iniziai a interessarmi sempre più al mondo del biologico e mi iscrissi anche all’associazione A.C.N.I.N (Associazione Culturale Naturale Igienistiche Naturali), sensibile all’alimentazione naturale per la salute, gestita allora da un certo Armido Chiomento. Lì incontrai di nuovo Silvano. I membri dell’Associazione erano contadini, alcuni anche laureati, agli esordi con le produzioni di ortofrutta ‘esenti da prodotti chimici di sintesi’”, ricorda.

La vera avventura di Gaetano Mirandola inizia con la spartizione dell’eredità dell’antico mulino, che si presentava come una struttura fatiscente. “Erano i primi anni Novanta, quando mio padre lasciò in eredità a noi quattro fratelli quella vecchia pila. Ma tra di noi non andavamo d’accordo. In tre si rifiutarono e accettarono la loro quota parte del valore del mulino, disinteressati al lavoro di mugnai, mentre io volli continuare l’attività del nonno. Non avendo disponibilità economiche, mi recai in banca e chiesi un prestito alla vecchia Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza e Belluno. Dopo sei mesi, ottenni un mutuo ipotecario: stavo investendo su una catapecchia”, commenta Gaetano. “Non potevo lasciare andare in fumo una tradizione di famiglia che si tramandava fin dal 1935”, afferma. E aggiunge: “Ho iniziato ufficialmente questa attività di trasformazione il 1° gennaio 1993, facendo una scelta di cultura e consapevolezza: avevo 28 anni e già sapevo molto sul mondo biologico, perché leggevo tantissimo. Esaminai, in quel momento, ciò che offriva il mercato. Da una parte la bottega di alimentari vendeva un solo tipo di farina, la ’00’, dall’altra, attraverso lo studio di graminacee, poligonacee e semi, mi rendevo conto che la terra, offriva invece una molteplicità di cereali, legumi, semi sufficienti per riprendere e riportare sulle tavole degli italiani l’unica dieta considerata dall’UNESCO ovvero la dieta mediterranea”, ricorda Gaetano. “Incominciai a vendere le farine integrali ai primi panifici bio: il Ceres di Silvano e poi quello di Paolo Berni, naturopata, gestore della Cooperativa Alimentazione Scienza. Poi ho cercato altri panifici per sviluppare l’attività.

Andavo ai mercati per vendere. A San Giorgio ho esposto a un mercatino del biologico, con pochi sacchetti di farina. All’inizio non giravano soldi, fu un’impresa.

La conoscenza diretta degli agricoltori, che vendevano al mercato, era l’unica garanzia di qualità dei prodotti”, prosegue. “In seguito, nel 1997, ottenni la Certificazione biologica, disciplinata, per la prima volta a livello comunitario, nel 1991, con il regolamento 2092/21. Mi assegnarono il numero 7: la mia è tra le prime aziende artigiane biologiche certificate”. E conclude:“Antico Molino Rosso, oggi, è il “regno del bio”, anche gluten free, con una sede amministrativa e commerciale a pochi chilometri dal sito produttivo e di stoccaggio di via Bovo. Questa ‘antica pila rossa’ racchiude il valore dell’artigianalità di un tempo e attualizza, ogni giorno, la determinazione che mi guidò allora e che non mi ha mai abbandonato”.

Maria Cristina Caccia

Scarica qui la versione integrale dell’articolo pubblicato sul quotidiano “L’Arena” il 7 ottobre 2018 per la rubrica “Imprenditori&Manager. Storie e testimonianze di persone e aziende