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Ago

“Essere pilota di aerei di linea mi ha aiutato a diventare imprenditore”

Questa è una storia d’impresa che non siamo abituati a leggere o, meglio, che si distingue dai luoghi comuni, quelli che pensano ai “figli di papà” come cadetti senza arte né parte. La tradizione di questa famiglia di imprenditori veronese dal cognome noto, Riello, esige che i figli se la sbrighino da soli e non possano entrare a gamba tesa in azienda se non prima di aver dimostrato quanto valgono, sfidando il mercato e le sue logiche. Come un rito iniziatico: soltanto dopo aver raggiunto certi risultati, potranno accedere alla fase numero due, che li rende meritevoli di essere gli eredi di un’impresa, quella famigliare che legittima allora e solo allora il passaggio generazionale, consegnando il testimone. Giovane e molto determinato, Giordano Riello racconta le origini dell’azienda Nplus, specializzata in produzione di sistemi elettronici per macchinari e infrastrutture, che gestisce con altri due soci a Rovereto, partendo dalla “regola aurea” del nonno e sulla quale sta costruendo il proprio successo imprenditoriale.

Quando nacque la tua avventura come uno dei soci fondatori di Nplus?
Ero piccolo quando mio nonno, la domenica mattina, mi portava in azienda. Avevo 4-5 anni. Da lì ho iniziato a respirare l’aria della fabbrica. Mi sono appassionato a vivere l’azienda. In modo involontario, mio nonno e mio padre mi hanno trasmesso l’idea di imprenditoria già allora. Sono cresciuto in fabbrica e la fabbrica mi ha cresciuto. Io, i miei fratelli e i miei cugini non abbiamo mai ricevuto pressione per scegliere il mestiere di imprenditore. Di regola i figli non sono legittimati a entrare nell’azienda del gruppo per eredità, ma devono dimostrare agli occhi della famiglia, del management e dei clienti, di essere in grado, un giorno, di prendere in mano le redini dell’azienda e di migliorarla oltremodo. L’azienda è del mercato e dei collaboratori e il nostro compito è guidare le scelte aziendali in un determinato periodo storico da cui dipende la stabilità di un pezzo del nostro territorio. I figli e le generazioni successive devono fare una start-up manufatturiera con i soldi che trovano sul mercato, anziché con i soldi della famiglia: per mio nonno è stata Aermec, per mio padre Gruppo RPM, per mia zia è stata la Fast. Se l’azienda cresce, genera profitti e utili le generazioni successive sono legittimate a entrare nel board delle aziende di famiglia altrimenti no. Una prova complessa vista la situazione attuale che l’Italia si trova ad affrontare, ma è un banco di prova che ci permette di vivere una fase di crescita aziendale. Quando, io  e miei due soci, abbiamo creato Nplus siamo partiti con 200 mq a Cerea, in provincia di Verona. Presi la patente del muletto, non potendoci permettere personale, e gestivamo tutto noi: indossavo la tuta da magazziniere e, finito il turno di lavoro, cambiavo veste, indossavo giacca e cravatta per svolgere l’attività commerciale. Siamo cresciuti e ci siamo trasferiti a Rovereto, dove potevamo usufruire di condizioni d’avviamento migliori che la Regione Trentino ci offriva. Nel 2016 abbiamo trasferito la fabbrica in uno stabilimento di 900 mq, comprando macchinari per la produzione di schede elettroniche per diverse applicazioni, sviluppando prodotti proprietari, mentre, a metà 2018, ci siamo trasferiti in un capannone più grande.

La crescita è stata a piccoli passi: da un fatturato, nel 2017, di 800.000,00 euro, siamo passati, nel 2018, a oltre 1,4 milioni di euro.

Entra in gioco un’altra regola: le aziende di famiglia non possono vendere, in percentuale tra il 20-30% del fatturato totale, a società interne o collegate al Gruppo: l’azienda deve rimanere in piede in modo autonomo sul mercato. L’elettronica è in grandissima espansione e stiamo sviluppando importanti progetti proprietari sul monitoraggio di infrastrutture, ponti e viadotti. Abbiamo quindici collaboratori e, con grande entusiasmo, stiamo continuando a investire sul nostro territorio, perché crediamo che il valore aggiunto della manifattura italiana sia importante. Siamo riconosciuti nel mondo come Made in Italy che non si limita a moda e cibo, ma, è soprattutto, metalmeccanica, piccole e medie imprese che producono e grazie a competenza e capacità innovativa.

La famiglia, quindi, è il primo interlocutore …
Certo, abbiamo l’obbligo di non vanificare il lavoro delle generazioni precedenti. Si attinge dall’esperienza dei nostri padri e dei nostri nonni. Una bella contaminazione. Sono nato in una posizione privilegiata e non è facile essere figli d’arte, perché devi lottare di più per essere riconosciuto per le capacità e non soltanto per il cognome. Noi figli abbiamo l’obbligo di metterci a servizio del nostro territorio a testa bassa. Per tradizione, non siamo obbligati a entrare nelle aziende di famiglia: se lo vogliamo, dobbiamo seguire l’iter che ha stabilito mio nonno e superare la “prova” del mercato, altrimenti ognuno segue la strada che crede. Non avrei voluto fare l’imprenditore, sono pilota di linea, ma il richiamo della fabbrica è stato molto forte e ho scelto di provare a fare l’imprenditore e non ho rimpianti in tal senso.

Da pilota di linea a imprenditore, quali somiglianze?
Essere pilota di linea mi ha insegnato molto anche dal punto di vista industriale. Noi piloti siamo abituati ad avere una check-list per ogni tipo di azione che facciamo e siamo abituati a gestire le emergenze in modo preventivo, imparando ad anticipare e a gestire l’imprevisto. Tale scenario è il medesimo in fabbrica, dove è fondamentale avere una check-list ed essere preparati per ogni avvenimento anomalo.

La mentalità della gestione del rischio e il mantenimento della lucidità dal punto di vista aeronautico sono le stesse abilità richieste: un imprenditore è di per sé un pilota che gestisce un’azienda. Il parallelismo è stupefacente.

Nplus e l’innovazione …
Siamo un’azienda giovane che ha sempre puntato sulla ricerca di nuovi prodotti e nuove soluzioni. Da quando ci siamo trasferiti a Rovereto, all’interno del polo meccatronico, abbiamo tessuto rapporti con l’Università, con cui abbiamo creato progetti innovativi. La contaminazione con la didattica è fondamentale per rimanere competitivi, un binomio indispensabile, tra azienda e ricerca e sviluppo. La comunicazione, l’innovazione, l’elettronica sono scandite da ritmi velocissimi, pertanto non possiamo rilassarci neanche un minuto: ci muove la volontà di costruire un futuro sereno e certo per i nostri figli.

Quali sono i valori imprescindibili di Nplus?
L’etica, il rapporto con la società e il contesto in cui è inserita, l’integrità morale, l’integrazione con i clienti e fornitori, in ottica di partnership, per assicurare il miglior livello di soddisfazione. In prima linea sono le Persone la nostra risorsa principale e concorrono alla nostra reputazione come azienda e come Gruppo. I collaboratori devono essere resi partecipi degli obiettivi aziendali, per conoscerne l’andamento e la direzione, così tutti concorrono alla realizzazione della Mission.

Se dovesse scrivere un libro di Nplus, quale sarebbe il titolo?
“La giovinezza” sarebbe il titolo perfetto che suona come un monito a non rinunciare ai propri sogni e ai propri valori: se è inevitabile invecchiare in età, non dobbiamo mai invecchiare di testa.

Un consiglio ai giovani che si approcciano alla vita imprenditoriale?
Da trentenne non mi sento di dare lezioni. Non siano i giovani, e lo dico anche a me stesso, guidati dalla paura di fallire, ma sappiano mettersi in gioco, credendo nei propri obiettivi. Non è facile, sulla pratica ci sono macigni, a volte, da spostare, ma la fame di arrivare e di riuscirci non deve mai mancare, così si possono raggiungere traguardi desiderati.

Maria Cristina Caccia
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