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Ferron, il “gigante” del vialone nano

Inseparabili. Gli occhi si illuminano quando Gabriele Ferron racconta il suo amore per il riso e per l’antica pila, un idillio che proviene da lontano. “La ‘pila vecia’ esiste dal 1650, legata alla terra e alle famiglie che ci hanno lavorato. Sono innamorato di questo luogo. Il cigolio del catenaccio della porta di legno della pila mi riporta indietro nel tempo. L’area interna è rimasta pressoché intatta, avvolta nel rumore degli ingranaggi collegati alla ruota a pale azionata dalla cascata d’acqua adiacente all’impianto, che fa funzionare con movimento ritmico i 9 pestelli”, commenta Gabriele. E il pensiero va alle origini. “Si narra che un certo Domenico Cristato, latifondiere del tempo, il 26 aprile del 1644 avesse inoltrato alla Serenissima Repubblica di Venezia la richiesta di costruzione della pila, di cui divennero poi possidenti i conti Zenobrio. Il testimone passò nelle mani della famiglia Zecchetto, la cui figlia andò in moglie a mio nonno Marcello che, in virtù dello sposalizio, divenne il nuovo proprietario della pila”, spiega Ferron.

“Ho incominciato a muovere i primi passi nelle risaie fin da bambino, quando i miei genitori mi portavano in questo luogo. Al tempo si confezionava il riso in sacchi da 50 kg, mentre i pacchi da chilo si riempivano a mano con la cosiddetta ‘sessola’”, prosegue Gabriele. “Mio nonno è stato una guida per me. Mi ha insegnato tantissime cose, soprattutto a conoscere il riso. In autunno mi portava sul ‘selese’ in campagna dagli agricoltori. Lui montava una bici enorme e pesante, mentre io, con la mia biciclettina, facevo almeno dieci pedalate in più per stargli dietro. Arrivavamo in località Vo’, a pochi chilometri da qui, sul limitar della sera, quando gli agricoltori ammucchiavano il riso per ripararlo dall’umidità. Dicevano, rivolgendosi al nonno: ‘Piloto, vien qui da mi che el mio riso l’è el mejo de tuti!’. Ero quasi intimidito, ma me ne stavo in adorato silenzio”, confessa Gabriele. “Volevo imparare. Il nonno infilava le sue mani grandi come una pala nel mucchio e, sfregandole l’una contro l’altra, grattava i risoni per decorticarli, rimanendo poi lì a osservarli. A un certo punto, ne assaggiava uno per valutarne il buon grado di essicazione. Ripeteva il rituale al cospetto di tutti gli agricoltori e poi decideva quale riso acquistare. Le trattative erano entusiasmanti. Quando si arrivava a chiudere la partita, nonno Marcello e l’agricoltore firmavano un contratto: si sputavano vicendevolmente sui palmi delle mani per poi stringerli con fragore, sigillando un patto d’onore indissolubile”, rammenta Gabriele.

E prosegue: “La domenica noi tutti andavamo a messa, mentre il nonno rimaneva a casa: preparava il brodo con le verdure e il pollame del luogo, il bollito con la pearà e l’immancabile risotto con il tastasal. Grazie a lui e a un suo caro amico, il Cavalier Pietro Secchiati, imparai a cucinare.

Avevo 25 anni quando feci le mie prime degustazioni, memore degli insegnamenti ricevuti”, continua Gabriele. “A un certo punto, iniziò la mia avventura. Un giorno mi contattò una giornalista americana, Maria Battaglia. La donna mi spronò a partire per gli Stati Uniti, invitandomi a tenere corsi di cucina. Sgranai gli occhi al pensiero di andare a Chicago”, sorride e continua: “Mi lusingò, dicendomi che avremmo potuto realizzare grandi progetti. Mi convinse che avrei dovuto riscrivere le mie ricette, indicando le esatte grammature degli ingredienti, perché “una spruzzatina” di vino o “una manciata” di sale non avrebbero fatto breccia sui grandi chef americani. Mi ritrovai di fronte a una platea di cuochi navigati. A un certo punto, uno di loro alzò la mano e mi chiese la differenza tra riso italiano e riso americano. Spiegai la mia tecnica di cottura imparata dal nonno Marcello: dopo aver assaggiato tre o quattro dei miei risotti, si alzarono in piedi e mi fecero i complimenti. Io crollai dalla tensione. La mia perfomance li conquistò, mentre le mie ricette diventarono di proprietà della giornalista, la quale pensò bene di registrarne il copyright a suo nome. Fu una grande delusione, ma quell’esperienza si tramutò in una grande occasione”, ammette Ferron. “Da quel momento, iniziai a viaggiare per il mondo, dalla Cina al Giappone, alla Thailandia e in tutta Europa, dove tuttora mi reco per vendere il mio riso e diffondere la mia tecnica di cottura del risotto”.

Di chicco in chicco, la storia della riseria Ferron continua a fare notizia. “I passaggi generazionali sono avvenuti in modo spontaneo, quasi naturale. Sia io sia mio fratello Maurizio abbiamo sempre amato questo mestiere, così come lo amarono i nostri avi, tanto da portare avanti la tradizione di famiglia.

Ora abbiamo figli e nipoti che proseguono l’attività di pilatura del riso: è scritto nel nostro DNA”, afferma Gabriele. E aggiunge: “La nostra area comprende 24 comuni. In quanto a qualità abbiamo una marcia in più che ci viene riconosciuta anche dai nostri ‘cugini’ vercellesi. Contiamo sulla presenza di acque di risorgive purissime che sommergono i nostri terreni di medio impasto e grana sabbiosa coltivati in rotazione”, spiega Ferron. “La risaia non può insistere sullo stesso appezzamento, così, dopo tre anni, rimane a riposo per 24 mesi. Il terreno si reintegra ed è pronto per una nuova coltivazione di riso. Questa tecnica fa sì che il riso abbia caratteristiche straordinarie”. E conclude: “Mi hanno definito Ambasciatore del riso italiano nel mondo, ma io mi reputo un umile servitore di questo sublime cerale che conosco dalla maturazione nelle risaie, fino alla pilatura e alla cottura in cucina. Non porto mai con me soltanto il riso, ma anche l’olio extravergine d’oliva, i formaggi e altri prodotti esclusivamente italiani. Sono orgoglioso di portare questa meravigliosa bandiera, rappresentando l’Italia con una delle più genuine ricchezze della sua terra”.

Maria Cristina Caccia
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Scarica qui la versione integrale dell’articolo pubblicato sul quotidiano “L’Arena” il 26 novembre 2018 per la rubrica “Imprenditori&Manager. Storie e testimonianze di persone e aziende