28
Mag

La Collina dei ciliegi: “Qui il cuore e il valore del nostro successo”

La cosa più preziosa che i figli ereditano dai genitori è il patrimonio morale, l’insegnamento di una vita vissuta con l’intelligenza del cuore. Un’azienda, un sogno realizzato e, soprattutto, un luogo dell’anima, sorgente di valori ed energia per realizzare nuove imprese. Questa è la storia di Armando Gianolli, classe 1925, e del figlio Massimo, nato nel 1966, imprenditori cresciuti tra Milano e Biella premiati, nel 2015, con il riconoscimento (secondo posto subito dopo il Pastificio Rana) «Di padre in figlio» per la società finanziaria General Finance SpA, con sede a Milano. Un’eredità trasmessa da un imprenditore che sognava una famiglia numerosa per lasciare un’impronta di sé nella sua esistenza. Il motore dell’ascesa imprenditoriale si è acceso sulle colline sopra Romagnano, a Erbin, in Valpantena tra i 450 e i 750 metri, dove ora si trovano un’azienda agricola di 45 ettari, una cantina e un «wine retrait», che vanno sotto il nome della “Collina dei Ciliegi”.

«Sono nato a Verona nel 1925», esordisce Armando Gianolli, 93 anni, in splendida forma. «Mia madre era milanese, ma lavorava a Verona in una trattoria. Ebbe una relazione con un giovane del luogo e rimase incinta. Partorì all’ospedale di Borgo Trento e, siccome ero nato fuori dal matrimonio, da madre separata, fui trasferito dal grembo materno alle braccia di una balia, la Luigina, che già aveva quattro figli, qui in Lessinia, dietro pagamento di un assegno mensile”, continua Armando. E prosegue: «Mio padre naturale non l’ho mai conosciuto. Ho vissuto fino a 8 anni in una casa di quei tempi dove mancavano luce e acqua corrente, in totale semplicità, ma in piena felicità. Sono stati gli anni più belli e indimenticabili della mia vita. Ho ricevuto amore da quella donna che per me è sempre stata la mia vera madre». La zia materna, qualche volta, andava a trovarlo e, un bel giorno, convinse la madre a riprenderlo con sé. «Sì perché secondo loro qui non ci sarebbe stato un futuro per me», aggiunge. «Vennero a prendermi. Era il 1933 e, salito sul treno, arrivai a Milano. Fu uno choc. Da allora, appena potevo, ritornavo qui con ogni mezzo e in ogni circostanza, fino a quando, a fine anni Sessanta, mentre qui scendevano a valle nelle industrie e lasciavano i campi, io iniziai a comprare terreni, case e stalle». Questi primi otto anni e questo luogo hanno sempre rappresentato per Armando la roccia a cui aggrapparsi e da cui ripartire per affrontare le avversità della vita.

Il ragazzo Armando, grazie a un benefattore, riuscì a studiare in collegio. Un giorno, però, la madre andò a prenderlo perché non voleva diventasse sacerdote. Nel 1944 il Duce richiamò i giovani alle armi e Armando dovette partire, ma subito dopo fuggì e tornò dalla sua balia a Spredin. Visse per mesi nascosto tra i boschi, rischiando di morire. Il 24 aprile del 1945 stava per essere fucilato assieme a un gruppo di soldati, con l’accusa di aver aiutato i partigiani in un’imboscata. Riuscì a scappare pochi minuti prima della sua condanna a morte. Rientrato a casa, a Milano, cercò lavoro e riuscì a collocarsi alle Generali come impiegato.

«In quel momento c’era più miseria e fame a Milano che su questi monti», spiega Armando. «È stata durissima, non avevamo niente». Il lavoro alle Generali, fortunatamente, gli permise di riscattarsi dalla povertà e questo fu per lui quasi un miracolo. La sua vita iniziò a cambiare.

Era molto timido, ma dotato di riconosciute doti comunicative. Incontrò la donna che diventò sua moglie, Annamaria. Gli anni trascorsero e, ambizioso, accettò l’incarico di ispettore delle Generali in Piemonte, dando prova della sua abilità commerciale, al punto da diventare socio di un’agenzia in una delle città all’epoca più ricche d’Italia, Biella. Il suo prestigio aumentava, ma nel cuore c’era sempre lei, la sua balia e il verde di Erbin.

La possibilità di vivere nelle sue amate colline fu opera del destino. Un pomeriggio, dopo un pranzo nella vicina Azzago, seppe che quei terreni erano in vendita, in particolare Ca’ del Moro.

«Fu una casualità e una fortuna», precisa Armando. «Iniziai così ad acquistare appezzamenti pressoché abbandonati e vecchie stalle, fino a possedere, oggi, ben 45 ettari, uno dei fondi più vasti in un’aerea montana come la Lessinia», afferma con orgoglio. Gianolli piantò ciliegeti e poi si dedicò ai primi allevamenti di mucche. Armando si racconta con grande entusiasmo, mentre siede qui nella casa comprata a Erbin, dove ha poi deciso di trasferire la moglie abituata agli agi della metropoli milanese e il figlio Massimo, con il primogenito Riccardo, classe 1958, prima durante i weekend e le vacanze e poi definitivamente, all’inizio degli anni Ottanta.

«Queste fasi di crisi, il caso ha voluto, si siano spesso trasformate in opportunità di successo dal punto di vista imprenditoriale e umano. Fortuna? Sì tanta, ho incontrato persone al momento giusto che mi hanno voluto bene», confessa Gianolli. «Senza la donna che ho sposato non ci sarebbe tutto questo», continua commosso Armando, ricordando le capacità di gestione dell’intera proprietà di Erbin da parte della moglie deceduta nel 1992, dopo essere stata colpita da un ictus. «Avrei voluto tanti figli e ne abbiamo avuti due non senza difficoltà, ma sono la cosa più preziosa della mia vita, perché si nasce per dare, non per ricevere e l’amore per i figli è un dovere e una missione che dà senso alla vita».

Il secondogenito Massimo, una volta trasferitosi a Erbin, scelse la scuola superiore di Agraria al Bovolino. «Per me è stato traumatico il passaggio da Biella a Buttapietra», commenta Gianolli. «Non parlavo dialetto veronese. È stata durissima farmi accettare, ma alla fine mi sono diplomato. Avrei voluto diventare enologo, così mi iscrissi all’università a Padova, mentre continuavo a dare una mano qui in azienda». Trascorsero tempi felici, fino quando, agli inizi degli Novanta, la società di brokeraggio di Armando, Presto Leasing, fondata nel 1982, attraversò un momento di crisi. «Mio padre mi chiese di dare una mano per capire cosa stesse succedendo», continua Massimo. «Dopo qualche mese, gli dissi che o studiavo e seguivo l’azienda agricola oppure avrei dovuto lasciare gli studi per dedicarmi al salvataggio dell’azienda».

Massimo scelse la seconda via: dallo spargiletame passò ai numeri, studiando, da autodidatta, libri di finanza e factoring. «Ma anche in questo caso», prosegue, «un momento difficile e di crisi si rivelò l’occasione di una crescita. Mio padre mi presentò un suo amico che faceva allora factoring e lì imparai a fare quello che, in tempi successivi, si chiamerà recupero crediti e poi restructuring d’impresa».

Così Massimo, non diventò enologo, ma risollevò le sorti della società paterna, che diventò l’attuale General Finance, di cui Massimo Gianolli è tuttora Amministratore Delegato. Nel 2015 la decisione di quotare la società in Borsa, ma, il 2 febbraio 2016 la Borsa crollò. «Altro momento nero», sottolinea Massimo. «Chiamai le poche persone di cui mi fidavo e decisi di fare marcia indietro e rinunciarvi». Poi la svolta, con un aumento di capitale, che convinse la Banca d’Italia, arrivò il 30 giugno 2017 a seguito dell’ingresso in società, con il 46,50%, di Creval. A una condizione: la guida del gruppo costituito doveva rimanere di Massimo e della famiglia Gianolli. «L’accordo fu siglato e mi sembrava impossibile», spiega Massimo. Da qui l’ulteriore crescita di General Finance che ora tocca il miliardo di euro di capitale sociale, destinato a crescere. Dall’agricoltura alle stanze dei bottoni della finanza il passo è stato semplice, quasi surreale. «Ho sempre mantenuto la consapevolezza e la mentalità del contadino», dice Massimo Gianolli. «Le cose ottenute facilmente e con poca fatica non esistono e non durano: servono tempo, pazienza e impegno». E passione. Massimo continua l’impresa del padre, tra contratti di finanza e dedizione per le proprietà agricole disseminate sulla collina di Erbin con la volontà di coltivare vigneti doc Valpolicella e offrire ospitalità nell’eco-Resort. Armando Gianolli ancora profondamente innamorato della sua terra d’infanzia, lascia ai propri figli un’eredità ben più preziosa dei capitali d’azienda: i valori per la famiglia e per la vita, vissuti e imparati sulle colline della Lessinia, quegli stessi valori che hanno convinto i grandi interpreti della finanza di mezza Europa.

Maria Cristina Caccia
Paolo Dal Ben
Copyright Maria Cristina Caccia
© 2017 | P.IVA 03870460239 | Privacy

Scarica qui l’articolo integrale pubblicato sul quotidiano L’Arena il 2 settembre 2018 per la rubrica “Imprenditori&Manager. Storie e testimonianze di persone e aziende